Lo shogun e l’amore

Accadde tutto nel periodo Tokugawa. Lo Shogun delle nostre terre dominava la regione con autorità e fermezza. Sempre pronto al combattimento, circondato dai suoi samurai, aveva saputo creare una pace improntata sulla solida capacità belligerante dei suoi uomini scelti. “Tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero”, questo il suo motto. La preoccupazione maggiore erano adesso le bande di briganti che infestavano ancora le strade e le locande adibite a stazioni di posta. Lo Shogun aveva impiegato, nelle guerre prima e nelle schermaglie poi, la maggior parte del suo tempo. La giovinezza era volata senza quasi che se ne rendesse conto, con la leggerezza delle foglie che cadono in autunno. Tuttavia, ora che trovava più tempo per la conversazione, per il bagno termale e per la caccia, aveva ricevuto dal destino anche una gemma insperata: l’amore. Non si trattava di una geisha con le quali un tempo si accompagnava, ma di una dama di corte, la figlia adorata di un suo funzionario: aveva trovato, proprio nel suo giardino, il fiore di ciliegio che tanto aveva cercato. La pelle di porcellana, gli occhi scuri come due lune nere, i lunghissimi capelli come un fiume impetuoso. La sua vista lo riempiva di emozione come il fiorire all’unisono dei ciliegi nel parco del castello. Per lei i kimono più preziosi, le perle più pure, i maestri più famosi per i numerosi ritratti che teneva nel suo studio. Akimi era il suo nome, bellezza splendente. Molte volte lo Shogun le chiese di esprimere un desiderio, ma lei sorrideva senza parlare. Ci fu un solo momento che tra i suoi denti di neve uscirono le parole: “Vorrei, mio signore, delle forbici adatte ad acconciare i capelli in un modo nuovo, non come le dame o, peggio, le geishe. Vorrei recidere i miei capelli con uno strumento speciale”. Il signore sorrise: “Avrai le forbici più belle di tutto il Giappone. Si muoveranno come una carezza sulla tua capigliatura.”
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Il vecchio fabbro e suo figlio

Il signore fece chiamare il fabbro di corte. Avanzò nel salone del palazzo un vecchio canuto con la lunga barba bianca. Si prostrò davanti al signore. Molte volte aveva esaudito i suoi desideri con porte inaccessibili, punte e pugnali. Ma l’essere stato chiamato a palazzo di persona, gli dava un senso di incertezza, un presagio non positivo. Il signore parlò e descrisse delle forbici come se fossero forgiate nel sogno. Il vecchio fabbro era sempre più sconsolato. Alla fine del discorso del suo signore si inchinò più volte e quasi si batté il petto a dimostrare tutta la sua sofferenza. Ma poi trovò la voce e il coraggio di dire: “Non è per le mie mani questo lavoro, mani ormai tremanti di vecchio. Ma ho un figlio, e a dir questo un poco il suo sguardo si illuminò, un figlio ancor giovane e valente anche più di me. Lui potrebbe esaudire il vostro desiderio.” Il signore rimase comunque contrariato. “Non ti faccio giustiziare perché sei vecchio e mi hai sempre servito degnamente. Ma vai subito e di’ a tuo figlio che l’aspetto.”

La pazienza è un gioiello

Koichi, lo aveva chiamato, amore e intelletto, perché riponeva in lui tutto il suo affetto dopo che la madre era morta di parto e avrebbe voluto che la conoscenza della mente prendesse il sopravvento sulla conoscenza delle mani. Koichi partì per la remota regione dove i monaci lavoravano il ferro, in una comunità chiusa e inaccessibile come la montagna in cui vivevano e dove si estraeva il ferro più speciale. Per arrivare Koichi quasi consumò i suoi geta, zoccoli di legno pur resistente. Vide la pianura, i boschi di mandorlo, e poi quelli di faggio e poi le rocce rosse e infine arrivò con la prima neve. Le case dei monaci sembravano capanne malcerte a sfidare le intemperie. Bussò a quella del monaco per il quale il padre aveva scritto una missiva accompagnatoria. Nessuno rispose. Si accoccolò sulla porta e aspettò. Al mattino trovava accanto a lui qualche rara cibaria e così sopravvisse per molti giorni, per molte notti. Finché la porta si aprì e Koichi ascoltò dopo tanto tempo una voce:“Secondo un antico detto la pazienza è il gioiello del corpo. Se sai essere paziente, non sarai mai infelice; se non sai essere paziente sarai infelice. La pazienza è una questione di autocontrollo. Se sei rimasto, la tua volontà è capace. Sei pronto a capire i segreti del ferro forgiato. Dimmi, chi ti manda da me?” E così Koichi raccontò la sua storia e il desiderio del suo signore. Il monaco lo ascoltò accarezzandosi ogni tanto la sottile barba bianca e avendo in fondo agli occhi quasi un principio di sorriso. Quell’interiore paesaggio che hanno le persone che leggono i sogni. “Conosco tuo padre e il tuo signore. Fu un buon allievo, ma meno paziente di te....”
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Il monaco e i fenicotteri

Koichi rimase con il monaco per lungo tempo. Si accomodò in un angolo della capanna. Vide passare la neve e fiorire i ciliegi nel cielo sempre più azzurro. Studiò sui libri e sulle pergamene del monaco. Disegnò assieme a lui moltissimi profili di forbice. Ma non erano mai soddisfatti. Finché un giorno il monaco gli fece cenno di seguirlo. Lo portò alla fornace. E lì, iniziò il lavoro. Il monaco quella notte aveva sognato dei fenicotteri in volo. Come quelli che aveva visto per la prima volta da bambino. Di colore rosa, dai corpi affilati e dalla leggerezza estrema nei movimenti e nel volo. A quelli pensò mentre, con l’aiuto del robusto Koichi, forgiava le lame delle forbici. Su un primo strato di metallo, piegarono e ripiegarono il metallo speciale che veniva estratto in gran segreto proprio da quella montagna. Lo stesso metallo che serviva a costruire le katana, le spade dei samurai, con la cui lama potevi tagliare di netto un fazzoletto di seta lanciato in aria. Insieme forgiarono piegando e ripiegando migliaia di volte l’acciaio. Ne uscirono delle forbici senza pari, leggere come una carezza di un vecchio e forti come un giovane fabbro.
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La forbice del maestro

Koichi sentiva che era arrivato il momento del congedo. Già vedeva il suo ritorno a corte. Lo stupore dello Shogun, la gioia della sua consorte. E pensava che i capelli tagliati per la prima volta e per quelle a venire, avrebbero dato ad Akimi un aspetto sempre nuovo, una scoperta sempre sorprendente per il suo signore e sposo. Aveva già con sé il prezioso cofanetto in bambù con le forbici, avvolte in una pregiata carta di riso. Il monaco lo aspettava sulla porta della capanna, ora ospitale. “Sei stato un buon allievo, Koichi, potrai tu stesso tramandare l’arte del forgiare per strati e disegnare la trama sottile e variegata come la vita. Addio, il tempo è finito.” Koichi si inchinò e baciò le mani del suo méntore. Sapeva che ora sarebbe stato da solo a studiare, a forgiare.

“Addio, mio maestro, mio Shidosha.”

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